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L’Italia è diversa … vista dall’Afghanistan

 

Non è da presuntuosi un’affermazione che la dice tutta sulla concezione degli “esteri” nel giornalismo nazionale. La notizia c’è soltanto quando si verifica un fatto di cronaca o uno scandalo. Gli altri aspetti della vita nei paesi lontani sono materia di approfondimento per appositi programmi realizzati da inviati e reporter.
L’opinione pubblica vuole suspence e crudeltà, è attratta dalla violenza e dal sangue; le linee editoriali, costrette a vendere un prodotto, si sottomettono ad una logica commerciale che mette da parte tutto il resto. E così, si sà poco di ciò che accade nel “post-bellico”, del seguito degli interventi militari, dell’immensa capacità di riscatto di paesi martoriati dalle guerre ma in grado di risollevarsi, grazie all’importante supporto internazionale delle altre forze in campo.
E qui, gli “embedded” giocano la loro parte; sono quei giornalisti, spesso neanche ben visti, che scelgono di fare un’esperienza da reporter apparentemente un po’ più comoda e di certo più sicura, rispetto agli autonomi avventurieri che raggiungono i territori sensibili. Senza dubbio, tuteliamo lo Stato italiano dal rischio di sborsare consistenti somme di denaro, per quello che a volte può sembrare più un capriccio. Oggi bisogna stare attenti anche a questo!
È la mia seconda esperienza da giornalista al seguito dell’esercito. Una di quelle occasioni che nella vita professionale arrivano inaspettatamente e, colte al volo, ti aprono orizzonti e ti danno importanti stimoli che vanno ad arricchire un lavoro che, in ambito locale, corre il rischio di appiattirsi sulla rindondanza degli stessi argomenti. Forse è questo che fà la differenza nel nostro mondo: la capacità di mettersi in gioco, senza grandi artifici, di lanciarsi in nuove avventure, senza troppe aspettative e con un pizzico di incoscienza. Ma dopo tutto siamo giornalisti. Il senso del nostro mestiere ruota intorno ad una forte curiosità di vedere con i propri occhi i fatti e poterli raccontare. Non c’è timore che tenga alla possibilità di partire per conoscere personalmente una realtà tanto discussa quanto problematica come l’Afghanistan. Un’avventura di una settimana.
La prima impressione contrasta con quello che comunemente si pensa di questo paese.La percezione mediatica spesso ci allontana dalla realtà. Ma poi si scopre uno Stato che, nonostante porti ancora i segni delle sofferenze vissute, è quasi pronto a camminare con i propri piedi.
In uno dei primi briefing con le unità operative si è parlato della metafora di un bambino che impara a muovere i primi passi ma per sicurezza chiede la mano dei genitori. D’altronde, a chi non fa comodo adagiarsi su un supporto sicuro? Ma le missioni hanno obiettivi e scadenze, e mentre si passa dalla Isaaf alla Resolute Support, che vede i militari interforze in un nuovo ruolo a fianco degli apparati di sicurezza nazionali, l’Afghanistan è riuscito a disporre di un sistema militare e di polizia ben strutturato. Una presenza forte nel paese che rassicura la popolazione e nuoce ai nuovi insurgence. Non sono più i taleban a far paura, la cui presenza è stata notevolmente ridotta a piccoli focolai nei confini del paese; oggi si ha a che fare con gli “Enemy of Afghanistan”, per intendere tutti quei criminali che puntano a destabilizzare il territorio per poter portare avanti traffici illeciti.
Segni di un nuovo Afghanistan, diverso dall’immagine che abbiamo alimentato dopo anni di notizie di guerra.
Arrivare qui, in questa fase, ci consente di conoscere gli sviluppi del percorso avviato 13 anni fa dalla Nato e di valutare la capacità d’intervento del nostro apparato militare che, in questo contesto, si è cimentato esemplarmente nelle attività più complesse e pericolose. Ma la dotazione di uomini e mezzi, dei grandi professionisti che indossano la divisa, ci permette di dormire a sonni tranquilli. Tutto questo gli emebdded devono raccontarlo. Oltre i fatti di cronaca è importante parlare, anche, di uomini e donne che seguono il loro dovere, mettendo da parte gli affetti per parecchi mesi, che si prodigano per chi ha bisogno di sostegno in nome dello Stato italiano. Sono loro che ci proteggono e tamponano i rischi di espansione terroristica come l’Is che ora minaccia il Mediterraneo.
Questo deve portarci ad essere più riflessivi quando parliamo dei nostri militari, delle loro attività, quando si sollevano le critiche per soldi spesi che potrebbero servire ad altro. Senza dubbio meglio l’investimento per una missione che ci accredita a livello internazionale, che garantisce la sicurezza interna del paese, che permette l’operatività dei professionisti arruolati, piuttosto che lo sperpero per grandi eventi e sostanziosi vitalizi che in cambio ci tornano poco utili.
Con l’operazione Itaca, l’Italia è passata da 1.300 a 750 i militari impegnati in Resolute Support distribuiti tra Herat e Kabul. A comando della Taac West (Train Advise Assist Command West), la zona ovest dell’Afghanistan, grande quanto il nord Italia, c’è il generale Maurizio Angelo Scardino, comandante della Brigata Bersaglieri “Garibaldi”, che rappresenta il contingente italiano attualmente a Camp Arena. Schierati, sul teatro operativo, troviamo anche l’Aeronautica Militare; l’Aviazione dell’esercito con la Task Force Fenice su base 5° reggimento Aves “Rigel”; l’arma dei carabinieri; gli advisory Team per le forze militari, di polizia e di coordinamento afghane.
Un apparato perfettamente funzionante su un territorio estero. Un assetto organizzativo pronto a qualsiasi emergenza. E non vuole essere un tributo di riconoscenza a chi ospita i giornalisti embedded; ma è la consapevolezza di ciò che solitamente immaginiamo, perchè l’Italia, per quanto poco se ne parli, è anche questo.

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